Gestire lo Smart Working è la priorità che qualsiasi azienda ha, a prescindere dal settore di attività e dal numero di dipendenti, da un anno a questa parte.

Quella che sembrava un’emergenza passeggera si sta configurando come una stabile presenza, forse anche meritoria dell’aver accelerato alcune evoluzioni del mercato del lavoro già lentamente in atto.

Tuttavia, il passaggio improvviso, anche a distanza di mesi e sottoposto ad un’analisi fredda e lucida, continua a lasciare dubbi e perplessità, soprattutto per la mancanza di di un chiaro inquadramento normativo e contrattuale.

Smart Working, l’analisi dei broker assicurativi

Proprio per via della non transitorietà della situazione, stanno entrando in campo nuove figure nella valutazione di quello che solo apparentemente è un ‘affaire’ interno alle singole realtà aziendali.

Mansutti, uno storico broker assicurativo indipendente, ha realizzato una ricerca prendendo a campione di oltre 30 imprese: il tema, assai attuale – la ricerca ha avuto luogo tra dicembre 2020 e la prima metà di gennaio 2021 – era tracciare l’identikit dell’azienda media che da quasi un anno a questa parte si trova di fronte alla necessità di riorganizzarsi internamente con nuove modalità di lavoro e di interconnessione.

Lo Smart Working secondo le percentuali aziendali

I dati rilevati da Mansutti sulle aziende prese in esame, la maggior parte delle quali con un profilo simile – vale a dire fatturato superiore ai 10 milioni di euro e più di 50 dipendenti – restituisce una fotografia dello Smart Working e della sua considerazione ad un anno dall’adozione forzosa.

Un lavoro agile ma regolare?

Emerge così che il 60% delle aziende nel post-covid continuerà ad utilizzare questo strumento, ma in percentuali non superiori al 20% della forza lavoro; ad oggi uno dei problemi più grandi è dato dalla giusta messa a contratto del lavoro agile: il 50% dei titolari di impresa afferma infatti di non disporre di informazioni chiare e precise su forme e modalità attraverso cui regolarizzarlo.

Strumenti e spazi

Altro capitolo è poi rappresentato dalla dotazione strumentale: il 77% delle aziende ha dotato i propri dipendenti di strumenti idonei per svolgere l’attività lavorativa da casa; quasi un quarto delle aziende ha verificato gli spazi di lavoro, la connessione di rete e ha avviato attività di formazione tecnica e comportamentale.

Sicurezza informatica

Esiste la consapevolezza generale del pericolo a cui è esposta la sicurezza dei dati aziendali, ma solo il 36% delle aziende è ricorso all’implementazione di misure di protezione idonee, intervenendo sulla struttura It, modificando firewall, antivirus, authority agli accessi o vpn gateway per garantire la continuità operativa.

Carichi di lavoro

I titolari di azienda ritengono che la flessibilità lavorativa abbia determinato maggiori carichi di lavoro, un parere che si trova riflesso nel parere espresso dalla maggioranza (il 56,7%) degli intervistati, che considera il lavoro da casa più uno svantaggio che un vantaggio.

«Le nuove modalità di lavoro e di interconnessione, l’ibridazione degli spazi, la dirompente presenza della tecnologia e la protezione della sicurezza dei dati e della rete hanno reso necessaria l’implementazione di nuovi modelli di business, di leadership e di riorganizzazione aziendale interna – spiega Tomaso Mansutti, amministratore delegato di Mansutti S.p.A. – Le complessità da gestire nello smart working per un’impresa sono diverse ed è quindi fondamentale conoscerle e saperle affrontare in modo efficace, con l’obiettivo di trasformarle in grande opportunità di cambiamento e miglioramento».

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